ho deciso di restare in questa terra perchè non trovo giusto che qualcuno la devasti senza che nessuno si opponga.
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Nome: nunzia lombardi
per passione, o meglio per difesa, mi occupo di gestione di rifiuti.
la mia terra, marigliano, compresa tra acerra, nola e giugliano nel napoletano, è diventata la pattumiera d'italia e del mondo.il tentativo attraverso le foto ed i post su questo blog è di raccontare ciò che accade qui. nell'ultimo anno ho collaborato ad un libro scritto da bernardo iovene "Campania infelix" edito da rizzoli
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Aldo Masullo
Nel Natale cristiano la cultura universale celebra il senso autentico dell'umano. Il tempo dell'uomo è infatti il nascere. Il nascere umano non è un semplice evento biologico. Esso è «il venire al mondo», l'entrare nella relazione con altri, l'incontrare gli uomini, l'essere accolti. In questo incontro si apre il futuro. La mente certamente è retrospettiva, cioè passiva permanenza o attiva ispezione del passato.
Ma essenzialmente è prospettica: apertura al futuro. Essa dunque è attesa. L'attesa - osserva Spinoza nel «Breve trattato» - è speranza, quando è gioia trepida di un bene possibile. Essa è l'opposto della paura di perdita che insidia perfino la gioia presente, come Shakespeare lamenta in uno dei suoi più bei sonetti, in cui si dice che la rovina del tempo induce a piangere di possedere quel che si teme di perdere. La prospetticità della mente umana dipende dall'origine comunitaria della persona. Nella relazione comunitaria, soltanto nella quale si diventa uomini, nel culturale intrecciarsi dei destini, s'impara a pensare il futuro, ci si affaccia all'orizzonte delle possibilità. L'attesa è speranza comunitaria. L'origine della vita propriamente umana è nella consapevolezza che io non sono gli altri, ma non posso essere senza gli altri. La speranza è comunitaria come l'origine. O ci salviamo tutti, o tutti ci perdiamo. Quando questa consapevolezza s'appanna, l'umanità va in rovina. Il corrompimento della storia è il decadere della comunitarietà, la riduzione dell'uomo all'isolamento egocentrico. In queste condizioni speranza e salvezza decadono a modi puerili: la speranza scade a immaginosa evasione; la salvezza a miraggio di sterile conservazione di sé. Ciò che nell'isolamento va perduto è la possibilità dell'incontro. La fantasticheria della potenza solitaria, dell'onnipotenza autocratica, finisce nella disperazione dell'impotenza. La speranza autentica suppone che ogni essere umano risponda alla vocazione di comunitarietà, e si disponga a incontrare gli altri. È necessario, a questo punto, che ci si desti alla responsabilità. Kant in un suo breve ma decisivo saggio ammonì che «illuminismo» vuol dire uscire dalla minore età, diventare maggiorenni, cioè non essere più sotto tutela, bensì decidere in autonomia, assumendo la piena responsabilità dei propri atti. L'impegno, di cui ognuno di noi è radicalmente responsabile, è superare la separatezza e l'isolamento, e restaurare la vivente comunitarietà. Platone ci ha insegnato come il più potente vincolo naturale tra gl'individui, l'eros sessuale, si trasformi in legame culturale, in eros civile. La città è la condizione in cui, come si legge nel Simposio, «ci si svuota di estraneità e ci si riempie d'intimità». Il destino di tutti è sentito da ognuno come il suo destino. In ciò è l'essenza originaria della «polis» greca, onde la città è vita politica. La città non è una semplice società, un'alleanza di soci, occasionale e temporanea, bensì una vivente comunità. In ogni vera città, la società è animata di comunitarietà. Napoli ha subito nella storia millenaria innumerevoli disavventure, e quasi mai è stata padrona del suo destino. Ma il suo popolo minuto, pur nella miseria delle sue condizioni, si è tuttavia salvato nel suo spirito, non perdendo mai la speranza, perché ha conservato in sé l'invincibile forza della comunitarietà. Oggi, la malattia mortale di Napoli è la separatezza dilagata, l'isolamento non solo tra le classi e i ceti, ma all'interno di ciascuna classe e di ciascun ceto. Anzi non vi sono più né classi né ceti, ma ricchi e poveri alla rinfusa, potenti e umili alla rinfusa. Ogni abitante di Napoli è isolato, senza comunicazione, senza alcun essere-in-comune. Semmai vi sono bande, non comunità. Perciò si è senza speranza. I responsabili delle istituzioni concorrono potentemente all'isolamento dei cittadini ed essi stessi ne sono vittime nel ridursi sempre meno capaci di esercitare il proprio potere per la «pubblica felicità». La coesione garantisce i diritti. Nei vuoti di coesione penetrano e allignano in attacco la illegalità e in difesa la protezione illegale. Quanto più manca la protezione legale, tanto più si diffonde quella illegale. La speranza della salvezza, che o è comune o non è, si spegne. L'individuo non è più cittadino, non essendo più familiare e socio. Così crescono la paura dei più deboli, l'indifferenza dei più forti. Se la separatezza è rassegnata, essa è viltà: la viltà dell'umile. Se la separatezza è compiaciuta, essa è arroganza: l'arroganza del potere. La salvezza è possibile, soltanto se i potenti si fanno umili e gli umili si fanno arditi. Altrimenti l'umiltà è un guscio vuoto, inutile, e il potere è una macchina senz'anima, sterile. Non v'è speranza, dove non v'è responsabilità. La responsabilità non è tanto quella legale, verso le regole poste, quanto quella politica, la decisione che si assume in risposta ai bisogni emergenti e agli effetti futuri dei processi in corso, anche se poco visibili, nelle viscere della storia. È necessario che tutti, soprattutto i potenti, divengano maggiorenni. La speranza, come l'amore, o è responsabile, o non è. Aldo Masullo